I ragazzi della 2A (a.s. 2021-2022) hanno scritto in piccoli gruppi dei racconti sull’amicizia a partire dalla seguente richiesta: “Realizzate un racconto in cui, a partire dall’incontro fortuito tra due/tre persone, nasce una bella e profonda amicizia che verrà messa in discussione da un determinato episodio. Dove e in quali circostanze i personaggi si erano incontrati? Che cosa rendeva speciale il loro rapporto? Perché ad un certo punto il loro legame entrò in crisi? Che destino ebbe questa fraterna amicizia? Ognuno di voi deve assumere le vesti di un personaggio: deve idearlo, scriverne i discorsi, immaginare le sue possibili reazioni di fronte agli eventi della narrazione”.


La rinascita di un’amicizia

di Jasmine Kaur, Emma Marcone e Aurora Perticarini

Tutto iniziò da qui…

Era l’11 settembre, il primo giorno d’asilo per Sofia, una bambina minuta con una carnagione chiara e dei corti capelli neri, e Miriam, una bambina con dei bellissimi capelli lunghi e degli occhi marroni da cerbiatto. In quel giorno le due si incontrarono.

Erano entrambe socievoli e vivaci, a volte proprio iperattive. Questo faceva presagire che nei tre anni a venire ne avrebbero combinate di tutti i colori. Scarabocchiarono sedie con dei pennarelli, si nascosero facendo preoccupare le maestre, fecero scherzi continui ai bimbi più piccoli e combinarono tante altre marachelle.

Passati questi tre anni, portarono la loro iperattività anche alle elementari. Qui incontrarono Giulia, una bambina dalla meravigliosa carnagione mulatta, purtroppo molto insicura di sé. Sofia e Miriam notarono subito la sua insicurezza e per questo andarono da lei e cercarono di fare amicizia.

Trascorso qualche giorno, diventarono davvero molto amiche e da lì Sofia, Miriam e Giulia divennero inseparabili.

Volarono sette anni indimenticabili in cui avevano imparato ad andare in bici, avevano parlato delle loro prime cotte, avevano pianto per i momenti brutti e riso per quelli belli. Ma, quando in terza media dovettero scegliere il liceo in cui andare, pur essendo inseparabili, scoprirono di avere gusti diversi e per questo optarono per tre istituti differenti.

Passata la loro ultima estate insieme, arrivò il primo fatale giorno del liceo. Le prime settimane cercarono di tenere saldo il loro legame ma, a causa degli impegni scolastici e delle nuove amicizie, finirono per perdere totalmente i rapporti. La mancanza si fece sentire per tutte e tre ma, essendo troppo orgogliose, nessuna ammise i propri sentimenti.

All’inizio del secondo anno la loro distanza, già considerevole, diventò un nero e freddo abisso. Erano infatti cominciate a circolare in paese strane voci: Miriam era venuta a scoprire che Sofia diffondeva cose non vere su di lei; successivamente Sofia aveva scoperto che anche Miriam si comportava allo stesso modo.

Da quel momento le due ragazze, ogni volta che si incontravano, discutevano continuamente fino al punto di fare un’ultima litigata terribile in cui arrivarono a rinfacciarsi le proprie insicurezze con parole pesanti.

Giulia venne a scoprire della bruttissima litigata tra le ragazze. Inizialmente ci rimase male, ma dopo decise di non immischiarsi, visto che avevano perso i rapporti.

Passati tre anni, arrivate alla fine del quinto anno di liceo, Sofia e Miriam ancora non si rivolgevano la parola, perché entrambe erano rimaste molto ferite dalle brutte frasi che si erano rivolte.

Giunto il giorno dell’attesissimo ballo, le ragazze impiegarono tutto il pomeriggio a prepararsi per l’importante evento.

Verso le 21.30 si diede inizio a questa magnifica festa e la cosa che la rese poi così entusiasmante non fu la festa in sé, ma quello che successe tra le ragazze.

La festa cominciò al meglio, ma quando Miriam e Sofia si incontrarono, si rivolsero uno sguardo dispiaciuto e continuarono ad evitarsi. La gioia di quella serata era incrinata dalla ferita che avevano dentro e che il tempo non aveva rimarginato.

Giulia, notando l’evidente tensione, decise di parlare con le due vecchie amiche; quindi decise di chiamare entrambe e le portò in una stanza più silenziosa vista la confusione che regnava nella sala principale.

Miriam e Sofia si lanciavano continuamente occhiatacce; per questo Giulia ad un certo punto urlò di smetterla, dicendo che entrambe avevano sbagliato e che avrebbero dovuto capire quanto una amicizia bella e profonda, com’era stata quella loro, fosse importante. Sofia e Miriam si resero conto dell’errore, ammisero i loro sbagli e finalmente si chiesero scusa facendo la pace.

Quella serata venne ricordata da tutte e tre come una nuova rinascita per la loro splendida amicizia. Successivamente frequentarono università differenti ma, avendo imparato la lezione, riuscirono a mantenere per sempre saldo il loro legame.


Unite e invincibili

di Giulia Mariani

Diamante era una quattordicenne come tante altre, ma con una dote: aveva un dono per il nuoto e già a soli sette anni aveva mostrato la sua bravura eccezionale.

Questa giovane ragazza aveva solo un problema che la tormentava sin da piccola: era stata adottata. Amava i suoi genitori, questo era certo, e loro la trattavano come una vera e propria figlia, ma gli altri no. Diamante veniva discriminata perché “non aveva dei genitori” e questo la feriva molto.

Alle elementari veniva sempre esclusa dai suoi compagni di classe e le maestre non sapevano cosa fare per aiutarla. I genitori avevano chiesto anche alle famiglie dei compagni, ma nulla, non c’era stato niente che si potesse fare.

Diamante si trovava bene solo nell’acqua: era la sua migliore amica e le bastava lei.

Tutto iniziò quando a tredici anni, finita la terza media, dovette traslocare. Si trasferì a Trieste e lì la sua vita cambiò.

Aveva trovato una piscina e una squadra, della quale ormai faceva parte, che l’aveva accolta molto calorosamente. Fu lì che incontrò Giada.

Era una quattordicenne mora, sempre allegra a tal punto che riusciva a trasmettere felicità a Diamante, anche quando si pensava che neanche l’attore comico più divertente al mondo sarebbe riuscito a farla ridere.

Le due legarono sin da subito: fu amore a prima vista, anche se questa volta si trattava solo di amicizia.

Diamante trovava la gioia di alzarsi la mattina perché sapeva che dopo qualche ora avrebbe visto la persona che la rendeva sempre felice. Si vedevano tutti i giorni in piscina e spesso facevano i compiti insieme fino a quando una delle due non era costretta a tornare a casa.

I genitori di Diamante erano molto contenti del fatto che la loro figlia avesse trovato una persona con la quale era serena. Avevano notato che, da quando la figlia aveva conosciuto Giada, Diamante la mattina aveva un sorriso in volto che prima non le avevano mai visto.

Tuttavia qualcosa andò storto.

Per Diamante era una mattina come tante altre, si svegliò con il solito sorriso in volto, ma, quando andò in piscina e vide Giada, notò che c’era qualcosa che non andava. Appena Giada notò che si stava avvicinando Diamante, si allontanò. La giovane bionda non capì cosa fosse successo, non riusciva proprio a comprendere il motivo per il quale la sua amata amica l’avesse ignorata.

Diamante cercava di convincersi che non l’aveva semplicemente vista. Ma, appena entrò nello spogliatoio per prepararsi, capì che Giada l’aveva vista ed ignorata. Provò un dolore al petto come quando da piccola i suoi compagni la ignoravano. Sentiva che sarebbe potuta sprofondare come quando era piccola; sentiva che quel periodo così oscuro si stava facendo di nuovo strada per tornare da lei e distruggerla definitivamente.

Giada non era contenta di ignorare Diamante, ma doveva: dopo quello che aveva fatto non riusciva ad evitarlo. L’allenamento che fece fu pessimo, non riusciva a concentrarsi. Vide, invece, che Diamante stava facendo un allenamento divino. Pensò anche che i suoi allenamenti erano sempre divini, ma quel giorno avevano qualcosa in più del solito: la sua amica era grandiosa. Quest’osservazione le faceva male, la feriva, pensava che Diamante non si stesse preoccupando del fatto che Giada la ignorava.

Appena tornate negli spogliatoi, Diamante prese subito il telefono e scrisse alla madre e poi andò a farsi la doccia da sola. Era una cosa che non faceva mai. Di solito faceva la scema con Giada, si schizzavano addosso il Named, scherzavano e ridevano. Ma oggi no.

Diamante era solita sbrigarsi per poter tornare a casa e studiare, ma questa volta si sbrigò davvero tanto e, quando uscì dallo spogliatoio, non salutò nemmeno le sue compagne. Era una studentessa modello: alle medie era uscita con la pagella d’oro e, per quanto le difficoltà fossero aumentate al liceo, i suoi voti non erano da meno rispetto a quelli delle medie. Nonostante l’impegno nel nuoto e nello studio, trovava anche del tempo in più per stare con le sue amiche e soprattutto con Giada.

“Che cos’è successo?” le chiese la madre non appena si fu posizionata sul sedile anteriore dell’automobile.

“Giada mi ignora da quando sono arrivata in piscina, ma non so cosa le ho fatto, non riesco a capire perché ce l’ha con me. Più ci penso, più non mi viene in mente che cosa io possa averle fatto per essere ignorata così.” buttò fuori tutto d’un fiato la ragazza.

La mamma c’era sempre stata per Diamante, l’aveva sempre consolata nei momenti peggiori e di certo non avrebbe permesso ad una ragazzina di togliere a sua figlia il sorriso che aveva sul volto ogni mattina. Non avrebbe permesso che la stessa persona che aveva fatto ritrovare il sorriso a sua figlia glielo facesse perdere di nuovo.

Appena Giada tornò a casa, ricevette un messaggio. Era Diamante che le chiedeva perché la ignorasse. Iniziò a digitare qualcosa sul telefono che le avevano da poco regalato i genitori, ma alla fine cancellò il messaggio e riprese a leggere un libro: “Billy Summers” di Stephen King. Era uscito da poco e Giada lo aveva già quasi finito: aveva un particolare interesse per la lettura. Ma, ora che Diamante le aveva scritto, successe come durante l’allenamento: non riusciva più a concentrarsi. Voleva risponderle, voleva dirle che ce l’aveva con lei perché Giorgia le aveva raccontato che il giorno prima Diamante aveva detto le cose più brutte immaginabili sul suo conto. Voleva dirle che il giorno prima l’aveva vista con Leonardo, aveva visto che erano vicini, aveva visto che si erano abbracciati. Aveva visto tutto, ma soprattutto ce l’aveva con lei perché non le aveva detto niente. Leonardo era la cosa meno importante: sì, era il suo fidanzato, ma era arrabbiata perché Diamante era la sua migliore amica, l’unica persona per la quale avrebbe fatto di tutto, avrebbe perfino lasciato Leonardo se fosse stato necessario. Giada era arrabbiata perché la sua migliore amica non le aveva detto niente. Era confusa perché era convinta che la persona più importante della sua vita non avrebbe potuto farle tutto questo, non a lei perlomeno.

Diamante, invece, si stava tormentando sul perché Giada non le avesse risposto e non riusciva a darsi pace. Decise di prendere un libro che aveva iniziato qualche settimana prima e che non aveva mai avuto la voglia di finire. Era il quinto libro di una saga di nome “After” che parlava della storia d’amore tra due ragazzi. Scelse di prendere quel libro perché avrebbe potuto permetterle di non pensare a Giada.

Quando il giorno seguente le due giovani andarono all’allenamento, ebbero una sorpresa da parte del loro allenatore: erano entrambe state prese per partecipare al “Meeting dei Titani”, probabilmente il meeting più importante in Italia. Poi arrivò la notizia che emozionava ma allo stesso tempo rendeva tristi le due ragazze: avrebbero dovuto dormire insieme. In stanza con loro ci sarebbe stata anche Gaia, ma Giada non riusciva a far meno di provare quasi un senso di rabbia nel ricevere questa notizia; invece Diamante vedeva una speranza di risolvere le loro divergenze.

Pensando solo alla notizia ricevuta e non alla loro lite, si abbracciarono. Partecipare al meeting dei Titani è il sogno di ogni nuotatore e loro due, a soli quattordici anni, c’erano riuscite.

Il resto dell’allenamento procedette normalmente e le due decisero che il giorno seguente, sabato, dopo allenamento, avrebbero risolto i loro problemi.

Entrambe la sera andarono a dormire pensando solo al giorno dopo o, per meglio dire, al pomeriggio del giorno dopo.

Diamante sfogò la sua ansia su un disegno, un magnifico disegno: ritraeva un volto in bianco e nero. Giada invece riuscì a leggere le ultime 76 pagine che le mancavano, contenta che lei e Diamante avrebbero risolto i loro problemi o che perlomeno ci avrebbero provato.

I genitori erano contenti di vedere le loro figlie felici dopo qualche giorno in cui avevano tenuto il muso lungo. Agli occhi dei genitori quei giorni erano sembrati infiniti nel vedere le loro figlie tristi, ma per le due ragazze lo erano stati decisamente di più. Entrambe avevano sentito un gran vuoto dentro, ma erano troppo orgogliose per tentare di chiarire.

Diamante pensava che Giada avrebbe dovuto fare il primo passo in quanto era stata lei ad ignorarla, Giada invece pensava l’esatto contrario: Diamante avrebbe dovuto fare il primo passo in quanto era stata lei a tradire.

Furono, probabilmente, le cinque ore più lunghe della loro vita. Erano entrambe molto in ansia in quanto quell’incontro avrebbe determinato il futuro della loro amicizia.

Era sabato 5 febbraio, esattamente due settimane prima dell’inizio del meeting. L’allenamento non fu faticoso e finì un quarto d’ora prima del solito.

Negli spogliatoi Diamante era molto agitata. Giada era letteralmente in ansia, ma faceva di tutto pur di non farlo notare, a differenza di Diamante che in quel momento lasciava trasparire tutte le sue emozioni.

Diamante, come sempre, uscì prima di Giada e si diresse verso il bar della piscina e prese uno yogurt. Ci mise di tutto, dal cioccolato che si solidifica ai cereali e agli Smarties. Quando andò fuori, con sua grande sorpresa incontrò Leonardo.

“Ciao cuginetta!” esclamò il ragazzo riferendosi alla bionda che si era accomodata vicino a lui.

“Ciao anche a te.” rispose con entusiasmo Diamante al cugino.

I genitori della ragazza avevano scelto di trasferirsi a Trieste non solo per lavoro, ma anche perché lì abitava la sorella della madre di Diamante. Stranamente la giovane e Leonardo non avevano mai rivelato a Giada questa loro parentela. Semplicemente il discorso non era mai uscito fuori.

Poco dopo arrivò anche Giada e sembrò innervosita nel vedere il suo ragazzo ridere e scherzare troppo con l’amica. Leonardo, notando la reazione della sua amata, si alzò e iniziò un discorso dicendo: “Allora, onestamente non so come iniziare”. Si stoppò grattandosi la nuca. “Okay, io e Diamante siamo cugini, la mamma di Diami e la mia sono sorelle. Ci dispiace di non avertelo detto, non era nostra intenzione nascondertelo.”

I due cugini avevano il capo rivolto verso il basso temendo una reazione negativa di Giada che però, con loro grande sorpresa, non disse nulla. Aveva una faccia scioccata, quello era sicuro, ma non proferì parola. Mentre i due avevano ancora lo sguardo rivolto verso terra, la mora li abbracciò, subito ricambiata da ambedue.

“Ma adesso, Leo, se non ti spiace, vorrei chiarire un’ultima cosa con la mia migliore amica.”

Diamante si lasciò sfuggire un sorriso a trentadue denti dopo che Giada ebbe pronunciato quelle parole. Anche quest’ultima sentì un peso venir meno: era riuscita a pronunciare quelle parole, “migliore amica”. Era una bella sensazione poterlo dire ad alta voce con un sentimento più puro che mai.

“Allora, da cosa iniziamo?” chiese Diamante mentre camminavano in direzione del campetto.

“Ti stavo ignorando perché avevo visto te e Leonardo molto vicini qualche giorno fa. Principalmente ero arrabbiata con te per ciò che mi ha detto Giorgia.” ammise la mora senza guardare in faccia la bionda.

“Ma di cosa stai parlando?” chiese Diamante non capendo a cosa si riferisse Giada. Quest’ultima alzò lo sguardo verso l’amica vedendo il suo volto dubbioso. Giada capì che Giorgia le aveva mentito. Aveva sempre avuto dubbi su ciò che le era stato detto, perché non si riusciva a capacitare che l’amica fosse capace di dire cose così cattive sul suo conto, ma alla fine vi aveva creduto.

“Perdonami, io non volevo, Giorgia mi ha detto che avevi detto cose orrende su di me ed io come un’idiota le ho creduto. Spero che tu un giorno possa perdonarmi.”

Diamante si stava per commuovere dalla felicità: non avrebbe mai creduto che la loro amicizia fosse stata messa a repentaglio per così poco, ma era molto contenta che fosse solo quello il problema.

Diamante abbracciò la sua mora preferita donandole il calore che necessitava per sentirsi perdonata. “Non sono mai stata arrabbiata con te ma, se hai bisogno di sentirtelo dire, ti perdono.”

Nella testa di Giada c’erano solo quelle parole: “ti perdono”. Si ripetevano all’infinito, erano le parole più belle che avesse potuto sentire.

Due settimane dopo erano a San Marino per il meeting, più forti ed unite che mai. Fecero entrambe dei tempi stratosferici e diedero il meglio di loro. Erano felici di sapere che sugli spalti c’era la propria migliore amica che faceva il tifo.

Insieme erano una garanzia di vittoria e questo il loro allenatore lo sapeva e sapeva anche che con Gaia al loro fianco, sempre pronta a sostenerle, erano invincibili. Arrivarono terze alla staffetta 4X100 stile libero, tutto grazie a Giada che era riuscita a recuperare il poco svantaggio preso a causa di Federica. Quello fu probabilmente il giorno più bello ed emozionante per le due amiche.

Grazie a quell’esperienza impararono che ignorandosi non risolvevano nulla; anzi, facevano peggio. Appresero anche che divise erano forti, ma unite erano invincibili. In parte questo lo sapevano, ma non ne avevano mai avuto la prova.

Scelsero che la loro amicizia avrebbe avuto la precedenza su tutto e tutti e che non si sarebbero divise mai più.


Un grave errore

di Francesco Cristofaro e Alessandro Marcantoni

Un giorno di primavera Giuseppe ed Alice si incontrarono al parco.

Giuseppe si sedette su una panchina ed Alice lo fissò a lungo. Lui capì che la ragazza, come minimo, lo voleva conoscere.

Si salutarono e si presentarono e poco dopo si misero d’accordo per un incontro al bar.

Arrivò quel fatidico giorno. Si incontrarono e si salutarono.

«Ciao, Giuse» disse Alice.

Giuseppe ribattè con un timido «Ciao, Ali».

Alice ordinò una bibita, Giuseppe un sacchetto di patatine.

Senza un argomento di cui parlare, parlarono di quello che facevano nella vita.

«Sono un cameriere, lavoro nel ristorante ‘La Cantina Del Vecchio’» disse Giuseppe.

«Ah! Ok, io invece studio ancora all’università” ribattè Alice.

Poi si scambiarono il numero di telefono per risentirsi.

Dopo alcuni mesi si misero d’accordo e si iscrissero ad un gruppo di scout in cui c’erano già degli amici di Giuseppe.

Lui presentò ad Alice i suoi amici.

«Ali, lui è Giacomo, lui è Paolo e infine lei è Carla» disse Giuseppe. «Sono già due anni che fanno scout, ci possono insegnare qualche trucchetto» continuò Giuseppe.

«Ciao a tutti, io sono Alice, piacere di conoscervi” li salutò la ragazza.

Giacomo, Paolo e Carla dissero contemporaneamente: «Piacere nostro».

Arrivò il giorno della prima uscita con gli scout. Alice e Giuseppe erano entusiasti.

Partirono verso il bosco. Avevano già percorso alcuni chilometri quando, all’improvviso, videro un orso. Alice, senza farlo apposta, urlò. L’orso la sentì e si volse verso di loro.

Giuseppe e i suoi amici scapparono, mentre Alice rimase lì pietrificata dalla paura.

L’animale le si avvicinò e la ragazza, istintivamente, si gettò a terra facendo finta di esser morta. L’orso la annusò e dopo un po’ andò via.

Alice ritornò alla base degli scout. Era molto arrabbiata con Giuseppe perché non l’aveva difesa. Gli urlò contro: «Ma perché non mi hai aiutata? Perché sei scappato?».

Giuseppe confessò dispiaciuto che in quel momento non aveva pensato all’amica, ma che l’istinto gli aveva detto di scappare via.

Alice arrabbiata andò via, strappandosi di dosso il completo del team degli scout. Bloccò la chat di Giuseppe e lui non sapeva più cosa fare per riappacificarsi con lei.

Alice scomparve definitivamente dai radar. Giuseppe non ne seppe più niente, ma un giorno…

Giuseppe incontrò la mamma di Alice e le chiese se la ragazza fosse ancora arrabbiata con lui.

«Sì, spesso parla di quello che è successo tra te e lei» gli confermò la donna.

Giuseppe le domandò: «Come posso sistemare la situazione, secondo lei?».

«Abbi pazienza, è solo questione di tempo, fidati» gli suggerì la mamma di Alice.

Giuseppe fece un respiro di sollievo e, dopo aver salutato la signora, ritornò a casa.

Dopo qualche giorno Alice sbloccò Giuseppe e gli inviò un messaggio: «Scusa, Giuse».

Giuseppe rispose così: «Tranquilla, Ali, ho sbagliato io, perchè lì potevi veramente morire per colpa mia».

Alice scrisse: «Quando ci vediamo per riappacificarci definitivamente?”».

Il giorno dopo si incontrarono al parco dove si erano conosciuti.


La fine di un’amicizia

di Lara Givetti Alessi e Vanessa Iommi

Il rapporto con la mia migliore amica terminò appena iniziata l’università. Io avevo scelto di studiare lingue straniere, Martina invece non aveva proseguito gli studi. Mi dispiacque molto, perché non volevo affatto chiudere in quel modo la nostra amicizia.

Iniziò tutto quando avevo 17 anni. Andai un anno all’estero a Barcellona.

La famiglia che mi ospitò mi accolse calorosamente con una festa di benvenuto. Lì conobbi le mie sorelle ospitanti con le quali andai subito molto d’accordo: una delle due, di nome Carmen, aveva la mia stessa età e a scuola frequentavamo le stesse classi in alcune materie; l’altra, di 8 anni, era molto carina e simpatica e anche lei fu subito molto dolce con me.

Quando Carmen mi accompagnò a scuola per la prima volta, avevo paura di stringere nuove amicizie e di non essere abbastanza simpatica per i miei compagni di scuola. Nonostante sapessi parlare lo Spagnolo, avevo timore di sbagliare qualche parola e di trovarmi in situazioni imbarazzanti.

«Io non so parlare benissimo lo spagnolo» dissi a Carmen nella sua lingua. «Me la cavo, ma non riesco ad esprimermi nel miglior modo».

I miei primi giorni di scuola non andarono molto male fino a quando non mi invitarono ad una festa in casa della migliore amica di Carmen. Fu proprio lei ad insistere perché vi andassi.

All’inizio la festa non andò molto bene, anzi per nulla: non mi considerarono molto, essendo nuova e non conoscendo nessuno degli invitati.

Ero seduta in un angolo, quando vidi una ragazza, anche lei sola ed esclusa come me. Mi avvicinai e le chiesi come si chiamasse. Mi disse che il suo nome era Martina.

«Tu come ti chiami invece?» mi chiese lei.

«Mi chiamo Sofia e vengo dall’Italia. Sono qui per l’anno all’estero».

D’un tratto iniziò a parlare in Italiano e ne rimasi molto stupita. «Anche io! Vengo da un piccolo paesino toscano vicino a Pisa. Tu invece di dove sei, Sofia?»

Scoprimmo così di abitare molto vicine, ma di non esserci mai incontrate perché frequentavamo licei diversi.

Passammo la sera a chiacchierare parlando di noi.

Poi Martina mi chiese: «Ti va di accompagnarmi a casa?».

Accettai entusiasta e chiacchierammo per tutto il tempo. Lungo il tragitto mi confessò che era interessata ad un ragazzo che era nel suo stesso corso di Tedesco.

«Allora farò di tutto perché tu possa farti notare da lui. Ma, dimmi, come si chiama?».

Mi rispose che lo conosceva come Alvaro.

Nei giorni successivi parlammo molto anche a scuola e riuscii a creare un gruppo con Alvaro e un altro ragazzo di nome José.

Nonostante fossimo molto amici tra di noi, il componente del gruppo con cui ero più legata era rimasta sempre Martina. Insieme facevamo battute in Italiano e insegnammo qualcosa anche ai nostri due nuovi amici spagnoli.

«Provate a dire ‘Sofia e Martina sono molto simpatiche!’».

Era molto divertente il modo in cui Alvaro e Josè provavano a dire questa ed altre frasi simili nella nostra lingua.

Dopo qualche settimana cercai di convincere Martina a dichiararsi, ma Alvaro la precedette. La mia amica era molto entusiasta e corse subito a raccontarmi che aveva accettato la proposta.

Purtroppo, però, dopo un mese, la loro storia non andò a buon fine; infatti Alvaro lasciò Martina perché non si trovavano più bene. Rimasero comunque in buoni rapporti.

Martina, senza attendere molto, si mise con Adam, uno tra i ragazzi più popolari della scuola. Questo fatto incrinò il nostro legame, dal momento che non potevo uscire allo stesso tempo con Alvaro e con lei e la sua nuova fiamma.

Purtroppo neanche la sua relazione con Adam finì bene; infatti la tradì con Valentina, una delle ragazze più belle della scuola.

Quando seppi la notizia, senza pensarci due volte, corsi a consolarla, quasi non ricordandomi che non avevamo più lo stesso rapporto di prima. Subito dopo il mio abbraccio mi disse che era rimasta molto male per come erano andate le cose tra noi negli ultimi tempi.

«Mi dispiace Sofia, non avrei dovuto trascurarti così tanto».

«Questo non è importante, ciò che conta è la nostra amicizia attuale» le risposi io senza pensarci troppo.

Tornammo di nuovo amiche come se non fosse successo nulla e proseguimmo così per tutto il nostro anno all’estero. Quasi tutti i giorni ci incontravamo al di fuori degli orari scolastici o a casa mia o a casa sua. Martina si legò molto anche alle mie sorelle ospitanti. Per questo il nostro rapporto si rafforzò sempre più.

Arrivate alla fine dell’anno scolastico, in procinto di ripartire entrambe per la Toscana, ci dispiacque lasciarci e ci promettemmo che saremmo rimaste in contatto anche una volta tornate in Italia, dal momento che vivevamo molto vicine.

Così avvenne: continuammo a frequentarci anche, anche se per me era più difficile, perché ero più impegnata con lo studio rispetto a Martina a cui non interessava molto studiare.

Feci conoscere i miei amici a Martina e le furono subito simpatici; anche lei provò a farmi conoscere i suoi, ma io non ebbi la sua stessa reazione.

«Capisco che vuoi passare più tempo con me, ma non posso trascurare completamente gli altri amici miei per stare solo con te; perciò, se vuoi continuare a stare con me, devi accettarli come loro accettano te».

Il discorso di Martina mi fece molto riflettere su come la mia amica era riuscita ad accettare i miei amici, mentre io non avevo nemmeno concepito l’idea che lei ne avesse altri oltre me.

Nei giorni successivi pensai a come poter riallacciare il nostro rapporto e decisi quindi di cominciare ad uscire con lei e i suoi amici, anche se non mi stavano molto simpatici.

Continuammo così da gennaio fino a metà maggio. Io dovetti rimanere a casa per studiare maggiormente per l’esame, mentre Martina non se ne preoccupò più di tanto. Continuammo comunque a sentirci, ma non come prima e più per messaggi che tramite chiamate.

Passai l’esame con voti molto alti; invece Martina non riuscì a totalizzare neanche il punteggio minimo e avrebbe dovuto ripetere l’anno, ma poi preferì andare a lavorare con sua madre.

Io andai a studiare a Pisa in una facoltà di lingue e letteratura straniere e non ci sentimmo più. Fu così che finì definitivamente il nostro rapporto.


Da amici a fratelli

di Angelica Lelli, Lorenzo Stefoni, Arooj Waseem

Nell’anno 2022, in una giornata di sole, Maria, Joana e Marco, presso un orfanotrofio sito a Bologna, si incontrarono nel parco dello stesso edificio.

Tutti e tre avevano 13 anni ed erano ragazzi rimasti orfani in tenera età.

Quel giorno, mentre stavano giocando, i loro sguardi si incontrarono.

La prima a parlare fu Maria che, rivolgendosi a Marco e Joana, chiese loro come si chiamassero. Iniziò così una lunga conversazione nel corso della quale ognuno raccontò la propria triste storia.

Tra Maria, Marco e Joana da quel giorno cominciò una vera amicizia.

Maria era la più folle del gruppo, amante della musica K-Pop, sempre attiva e molto chiacchierona. A lei si potevano confidare i segreti più oscuri ed era sempre pronta ad aiutare Marco e Joana ogni qualvolta si trovassero in difficoltà. Aveva i capelli rossi, gli occhi marroni ed era per la sua età più alta della media. Aveva sul viso molte lentiggini che la facevano assomigliare a Pippi Calzelunghe.

Marco era il più atletico dei tre e amava il basket, che praticava quattro volte alla settimana. Era un ragazzo molto sensibile ed intelligente, appassionato di matematica e scienze naturali, materie in cui otteneva sempre degli ottimi risultati. Aveva i capelli biondi con un ciuffo viola, che lo rendeva molto carino, gli occhi marroni e un neo sopra il labbro che gli donava molto.

Joana era la più taciturna del gruppo: riusciva poco a dialogare, sicuramente per la sua timidezza. Indossava gli occhiali e i suoi capelli erano di un lucente nero corvino così come gli occhi. La sua particolarità era data proprio da questi: infatti, anche se parlava poco, bastava guardarli per poter capire il suo stato d’animo.

Con il tempo la loro amicizia crebbe a dismisura, ma un giorno accadde un fatto che la incrinò.

Joana era segretamente innamorata di Marco, che a sua volta si era invaghito di Maria.

Mentre erano tutti e tre a pranzo insieme, Marco ci provò con Maria scatenando una scenata da parte di Joana, che si alzò di colpo e, prima di andarsene, gettò l’acqua del bicchiere in faccia al ragazzo.

Quest’ultimo rimase a bocca aperta: non si sarebbe mai aspettato una reazione del genere da parte dell’amica. Invece Maria lo guardò e scoppiò a ridere come una pazza. Anche Marco dopo un po’ la seguì.

Passata l’euforia, i due amici si interrogarono sull’atteggiamento insolito di Joana.

Maria, dopo essersi accordata con Marco, decise di andare da sola da Joana per poter capire la motivazione di quel gesto. La trovò nella sua camera sdraiata a pancia in giù sul suo letto. Piangeva disperata.

Maria ebbe come un flash: le ritornarono in mente gli atteggiamenti di Marco nei suoi confronti e capì che il gesto della sua amica era stato dettato dalla gelosia, perché evidentemente provava un sentimento per il ragazzo.

Maria non disse nulla a Joana, ma la lasciò sfogare nel suo pianto liberatorio e ritornò da Marco, al quale sottopose la sua ipotesi. Fu così che entrambi andarono a bussare alla porta di Joana per chiarirsi.

La ragazza aprì immediatamente e, appena fuori dalla sua stanza, abbracciò i suoi amici scusandosi per il gesto poco carino compiuto in mensa. Anche Marco a sua volta si scusò. Tutti e tre si guardarono negli occhi e iniziarono a ridere a crepapelle. Poi parlarono e decisero di non rovinare il loro rapporto speciale stringendo un patto: tra di loro non ci sarebbe potuto essere un sentimento diverso da quello dell’amicizia.

Poco dopo vennero adottati.

Una coppia aveva fatto richiesta di adozione per tre ragazzi e il destino volle che tutti e tre andarono a far parte della stessa famiglia.

Da amici inseparabili i tre ragazzi di colpo si ritrovarono ad essere fratelli.