di Cecilia Carella

recensione del romanzo “Circe” di Madeline Miller.

“Di un mortale ho la voce, che io abbia tutto il resto”. Con queste parole la Miller conclude il suo romanzo. Madeline ci presenta la figura della Circe greca discendente dalla stirpe del Sole. 

Figlia della ninfa Perseide e del re Elios, fin dalla nascita presentava delle differenze rispetto a sua sorella Pasifae, la quale sposò il re Minosse e partorì il Minotauro. Era anche diversa da suo fratello Perse, il quale divenne re del lontano Oriente, o ancora da suo fratello Eeta, che divenne padre di Medea e acquisì anche lui il titolo di re.

Circe è una figura complessa e dal carattere indipendente. Il suo personaggio può, per certi versi, ricordare quello della gorgone Medusa. Sono personaggi ripudiati dagli dei ed esiliati, ma che alla fine si rivelano per ciò che sono veramente. Circe per alcuni è una figura pietosa, insignificante, ma altri possono definirla come creatura ostile, nemica e crudele. Oppure può sembrare una salvatrice, aiutante, ascoltatrice di tragedie e storie struggenti. Alcuni la definiscono come amica o amante. Ma Circe è soprattutto una donna. Una donna che grazie all’esilio eterno e alla rigenerazione attraverso la magia è riuscita a ricominciare da zero e a dare un senso alla sua esistenza che sembrava essere destinata alla rovina. 

Il suo percorso pieno di pericoli ma soprattutto di incontri voluti dal fato ci ricorda che, nella vita, possiamo contare sempre su noi stessi e che la fede e l’umiltà la maggior parte delle volte aiutano. 

I secoli trascorsi sull’isola di Eea furono un periodo di crescita personale per la nostra maga, la quale seppe innamorarsi, aiutare, donare la sua fiducia soprattutto a suo figlio Telegono, nato dall’intelligenza e dall’astuzia di Ulisse. 

L’eroe itacese è un personaggio molto discusso nel romanzo e abbastanza biasimato dalla moglie Penelope e dal figlio Telemaco. Dai racconti di questi due emerge una figura di Odisseo totalmente opposta a quella che siamo abituati a sentire: loro narrano di un uomo assetato di guerra, di vendetta, che farebbe qualsiasi cosa pur di essere ricordato e lascerebbe i suoi compagni in mezzo al nulla pur di raggiungere i suoi obiettivi e soddisfare la sua insaziabile curiosità. 

Dopo la morte di Odisseo, Telemaco scappò sull’isola di Eea con Penelope, per rifiutare le armi, per rifiutare il trono di Itaca. Non ci teneva ad essere l’erede di un uomo che non gli era mai piaciuto. In questa sezione la Miller fa prevalere i racconti di Penelope e Telemaco su Ulisse, lasciando poco spazio a Circe. Sinceramente in queste pagine si sente la mancanza della maga di Eea, costretta ad ascoltare e ad accogliere le lamentele degli uomini. Ma anche questo aspetto della dea, così come ci viene presentata dalla Miller, è importante: Circe rappresenta il valore dell’ospitalità. La maga di Eea era pronta a donare ristoro a tutti coloro che ne avevano bisogno, a tutti i marinai che cercavano un posto sicuro dove stare per qualche notte. 

Circe ebbe a che fare con due categorie di uomini: i mortali e gli dei. Preferiva i mortali, i quali sanno ascoltare, provare emozioni e sentimenti e cercano di rendere bella la propria vita pur sapendo che dovranno morire. Gli dei le sembrano più morti che vivi, poiché la loro vita è immutabile. 

La vita di Circe venne totalmente stravolta quando scoprì di essere incinta di Telegono. Come poteva lei, lei che aveva trasformato la dea Scilla in un mostro a sei teste per puro egoismo, diventare madre? 

La Circe della Miller – una maga, una donna, una sposa, una madre, una titana figlia del Sole piena di coraggio, creatività, sapienza e umanità – ci insegna le basi per vivere in pace con la nostra anima, per non arrendersi mai, avere fede in noi stessi ed aiutare ed essere aiutati. 

Non starò qui a dirvi il finale di questo romanzo ammaliante, bellissimo, pronto a farvi viaggiare sulle ali della malinconia e farvi atterrare sull’isola di Eea. 

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