di Cecilia Carella

La favola di Amore e Psiche, contenuta nel romanzo “Le metamorfosi” di Apuleio, inizia con la presentazione di un re e di una regina aventi tre figlie bellissime, la più piccola delle quali sembrava partorita da una dea. La sua grazia non poteva essere lodata abbastanza a causa della povertà del linguaggio umano. Non era una semplice mortale, ma una magnificenza terrena, la quale non poteva di certo nascondersi ai temibili occhi della dea Venere. 

La divinità per eccellenza si sentì messa da parte perché più nessuno la venerava. Psiche stava ufficialmente prendendo il suo posto. Le statue della più bella tra le dee venivano lasciate marcire in qualche santuario abbandonato a se stesso. Le preghiere venivano rivolte ad un volto e ad un corpo umani e non divini. 

Venere iniziò a nutrire un sentimento d’invidia che ogni giorno aumentava. Dentro di lei germogliava un odio che sfociò in vendetta. Pensava di farsi aiutare da Cupido, il figlio, ma il fascino della ragazza fece innamorare Amore che la segregò nel suo sfarzoso palazzo. 

Ogni notte Amore faceva visita alla ragazza piangente perché desiderosa di rivedere le sue sorelle. Quelle due arpie, quelle due megere la portarono ad infrangere un patto: Psiche non avrebbe dovuto rivolgere il suo sguardo al volto di Cupido. Non appena lo ebbe fatto, lui se ne accorse e volò via. Il prezzo più alto da pagare per Psiche era quello di stare lontana dalla sua passione più grande, dal suo amante, da Cupido, il dio dell’amore capace di incendiare persino le acque, capace di persuadere con la sua eterna  meraviglia la più bella delle mortali. 

Psiche si mise alla ricerca del suo sposo. Tornò così al tempio della dea Venere, la quale la sottopose a quattro prove, che avevano come scopo la morte della fanciulla. Venere la odiava e non aspettava altro che vederla precipitare nell’Ade. 

Le altre divinità, spaventate da Venere, non osarono aiutare Psiche. A fornire consigli alla ragazza per superare le prove furono delle voci invisibili ma ben udibili. Il tema del “comprendere l’Altro” si presenta proprio in questi passi della favola. 

Nell’ultima prova la fanciulla si trovò costretta a dirigersi negli Inferi. Qui le venne donata una scatola dove era contenuta la bellezza che serviva a Venere per una riunione con gli dei. Tuttavia la fanciulla, “simplex et curiosa”, aprì il cofanetto e venne avvolta in un sonno che la fece stendere a terra. Cupido, fortunatamente, intervenne e salvò con un bacio la ragazza. Poco più tardi si sposarono e diedero alla luce una bellissima bambina chiamata Voluttà.

Questa favola è un intreccio di mille disavventure, di mille ostacoli che bloccano Psiche. Solo alla fine, soltanto dopo tanti sforzi, l’Amore trionfa. I due farebbero qualsiasi cosa l’uno per l’altro: Psiche si addentra addirittura nell’Oltretomba per poter rivedere Cupido. La ragazza è il simbolo dell’anima, innocente in un primo momento, la quale, violando un patto, si ritrova a compiere un viaggio di espiazione che sembra non finire mai. Alla fine riesce a recuperare la sua purezza e le viene dato accesso addirittura all’Olimpo, simbolo del riscatto, simbolo del “rinascere”: un lieto fine per un’anima che dopo tanti errori era riuscita finalmente a ritrovarsi. 

Nell’esperienza della vita la conoscenza e la tensione verso “il bello”, verso “il lieto fine”, richiedono il coraggio di superare ogni ostacolo e di andare oltre i propri limiti.  

Disegno di Veronica Triarico sul tema di Amore e Psiche.