Letizia Mecozzi recensisce il libro di Giulia Ciarapica.

Accostiamo l’orecchio con discrezione e rispetto alla porta di quella stanza d’ospedale dove la nipote accompagna, fin dove può, il nonno nell’ultimo viaggio. Lei, che rappresenta il futuro, si  fa custode della storia del passato. Non soltanto della storia di nonno Valentino, ma di quella di un intero paesino, “un pugno di case dove poche anime miserabili ma allegre ripongono tutta la loro inconsapevole fiducia in un futuro ancora da scrivere”.  

Siamo a Casette d’Ete, nelle Marche del dopoguerra, “dove il riflesso della nazione sconfitta si rispecchia nei piccoli drammi quotidiani, nella miseria che costringe gli abitanti a reinventarsi giorno dopo giorno, notte dopo notte”.  

Ci immergiamo totalmente nell’atmosfera raccolta, familiare, semplice del nostro piccolo paese.

Le parole della scrittrice diventano pennellate e distinguiamo con chiarezza le abitazioni, le strade, i campi. Respiriamo gli odori delle pentole sul fuoco, del pellame nelle botteghe, ascoltiamo il rumore degli attrezzi dei calzolai a lavoro, l’eco del chiacchiericcio delle donne. Camminiamo per le vie, sbirciamo in silenzio nelle case, nelle botteghe, quasi con il timore di disturbare quella gente che fatica a capo chino, che sopporta, che soffre con discrezione e grande dignità, che vive una quotidianità fatta di pochi, semplici gesti, che non è sempre capace di esprimere i sentimenti con manifestazioni di affetto ma che si sostiene a vicenda con semplici ma autentici gesti.

Un romanzo bellissimo dove la spontaneità dei personaggi a volte ci strappa un sorriso e altre volte ci commuove fino alle lacrime per quel ritratto dettagliato di un’umanità ferita dalla miseria e dalla morte che non danno tregua. Ma la vita è questa. “La vita non attende e il tempo non risparmia  nessuno”.

Lo sa bene il piccolo Guglielmo che “con i suoi miseri otto anni ha capito che certi lussi, come passare il pomeriggio a giocare in strada, non sono concessi”. Lo sa bene Giovanna che, straziata dal dolore, assiste impotente al supplizio della figlia che muore per una semplice  appendicite perché il dottore è troppo stanco per operare. Lo sa Annetta che con tanta determinazione sviluppa il suo laboratorio dal nulla dello scantinato di casa sua. Lo sanno Giuliana e Valentino che danno alla loro famiglia un’identità, inseguendo “un come ed un perché”.

Non si arrendono queste persone semplici. Sono tenaci, combattive, vanno avanti e fanno ciò che c’è da fare, cercano di ricostruire il futuro. Pur con i pochi “ingredienti” che possiedono, le vediamo sempre con le mani immerse nella pasta della vita, senza lamentarsi. E quasi istintivamente abbassiamo lo sguardo per la vergogna, noi che oggi abbiamo tutto e ci lamentiamo di tutto. Loro non avevano niente eppure sapevano bene “Quant’è difficile sta vita, però pure quant’è bella”. Avevano capito che alla fine “resta solo quel che conta, e conta soltanto ciò che resta”.  

“Si vive una volta sola. Ma se lo fai bene, una volta è abbastanza”.

Vi invitiamo a leggere anche l’intervista all’autrice effettuata qualche tempo fa da Letizia Mecozzi e Veronica Triarico.