di Giacomo Salvucci

Noi marchigiani non veniamo descritti benissimo nel “Decameron” di Boccaccio.

La quinta novella dell’ottava giornata narra infatti di un tale Nicola da San Lepidio (Sant’Elpidio a Mare) che, come giudice, viene chiamato a presiedere un processo a Firenze.

Boccaccio immagina che tre malandrini, distraendo il magistrato, riescono a “calargli le braghe”, proprio mentre sta parlando, mettendolo in ridicolo davanti a tutti.

La novella contiene dei commenti dell’autore non proprio positivi verso i marchigiani.

Nell’introduzione si dice che i conterranei di Leopardi “per la loro innata miseria ed avarizia, dovevano piuttosto andare a zappare o a fare i calzolai, invece che amministrare le leggi”.

Nella conclusione le parole “i suoi amici gli fecero notare che i fiorentini sapevano che egli portava a Firenze giudici imbecilli, per pagarli poco”, rivolte al podestà marchigiano, completano l’immagine ridicola, gretta e avara che Boccaccio offre del popolo della Marca o comunque dei suoi uomini di legge. 

Certo nel lontano 1300 lo scrittore di Certaldo non avrebbe potuto immaginare che marchigiani illustri – come Leopardi, Raffaello, Rossini, Vezzali e Rossi – avrebbero reso grande l’Italia nel mondo.

Sicuramente oggi sembriamo attenti alle finanze, ma non avari. Siamo capaci imprenditori e lavoratori instancabili, persone dall’umanità riservata, ma sempre presente  e scherzosa. Soprattutto siamo, almeno in maggioranza, attenti e scrupolosi nel rispettare e far rispettare le leggi. Possiamo concludere che è troppo impietoso questo ritratto dei marchigiani dato da Boccaccio attraverso la figura del giudice Nicola, nostro concittadino!