Pubblichiamo a puntate un racconto di Letizia Mecozzi, sapientemente e originalmente sviluppato a partire da un incipit proposto. I disegni sono dell’autrice.

Capitolo I

Ernesto era ormai allo stremo delle forze. Da molte ore vagava in quella terra ostile. Oh, certo, la spiaggia era di bianca sabbia finissima, il mare era cristallino, la vegetazione lussureggiante. Un paradiso – avrebbe detto – se avesse visto un posto simile in un dépliant di viaggio. Una meta per amanti di rilassanti vacanze in esotici posti di mare. E dire che lui odiava il mare! O, meglio, il mare gli piaceva pure, ma non era mai stato attratto dall’idea di spendere tempo e soldi per farci una vacanza. Poi, come si sa, le mogli vincono sempre. Ora si trovava proprio in uno di quei paradisi che avrebbe fatto la gioia di sua moglie, ma lui non era in vacanza e vicino a lui non c’era la sua consorte. Il suo ultimo pasto lo aveva consumato sull’aereo e quindi lo stomaco cominciava a borbottare. E che dire dell’arsura che aveva alla bocca? In un film americano lui – un onesto cittadino di provincia – sarebbe già diventato un pescatore, un cacciatore, un uomo primitivo capace di fare a meno di supermercati e negozi.

Avrebbe dovuto ringraziare il Signore per il fatto di essere ancora vivo. Si passò la mano sui biondi capelli incrostati di salsedine e sangue. Il suo corpo era pieno di ferite e lividi ma, al di là del dolore e del bruciore causato dal sale, era ancora tutto intero. Il suo aereo, che dall’Argentina si stava dirigendo per motivi di lavoro in Australia, era precipitato in mare nel bel mezzo del Pacifico, proprio vicino ad un’isola sulla quale si era risvegliato. Maledì il suo datore di lavoro: da anni lavorava come rappresentante commerciale in quella ditta che esportava soprattutto in Australia e non aveva ricevuto nemmeno un piccolo aumento. E gli toccava pure morire!

Gli altri passeggeri erano forse morti. Sperava solo di non trovare i loro cadaveri su quella spiaggia. Sicuramente i soccorsi si sarebbero attivati, di questo era certo; la questione era un’altra: lo avrebbero riportato a casa vivo o morto di fame e sete? Non si era ancora inoltrato all’interno di quell’isola apparentemente disabitata, ma sapeva che avrebbe dovuto farlo, se avesse voluto trovare dell’acqua dolce e qualcosa di commestibile.

[Fine dell’incipit.]

Come poteva riuscirci? Si sentiva sfinito e si buttò a terra sul primo fazzoletto d’ombra che incontrò. Con gli occhi stretti a fessura sfidava la luce del sole per guardare verso l’alto. Nuvole, cielo, sole ruotavano in un vortice che voleva inghiottirlo. Gli girava la testa. Fu assalito da una paura di tale intensità come non aveva mai provato. Si giudicava una persona coraggiosa e in altre occasioni si era trovato a dover affrontare la paura, ma questa volta era diverso. Ciò che provava era puro terrore, un terrore che gli si era infilato sotto la pelle e che non lo faceva quasi respirare. Il cuore pulsava velocissimo, come impazzito. Lo sentiva fin nelle tempie e gocce di sudore freddo gli imperlavano la fronte. Aveva paura di morire. Il freddo si stava impossessando di lui, voleva trascinarlo lontano. Cercava di resistere, di opporsi, ma si sentiva debole e sfinito.

Svenne e cadde in un’oscurità senza sogni che lo ingoiò finché il desiderio forte di sopravvivere non lo restituì alla luce. Si svegliò frastornato e debole, ma fu pieno di felicità quando capì che era ancora vivo. Lacrime amare gli riempirono gli occhi ed inondarono le guance. Da quanto tempo non piangeva! Non se lo ricordava nemmeno più. Ora era invece scosso da singhiozzi come un bambino che aspetta qualcuno che arrivi a consolarlo. Piangeva per la paura di morire, per la grazia che aveva ricevuto e lo aveva restituito alla vita. Piangeva perché non sapeva cosa sarebbe stato di lui.

Sentiva che doveva raccogliere tutte le sue forze, alzarsi, cercare qualcosa da bere e mangiare, ma era troppo stanco per poter esplorare l’isola.

Pensò a sua moglie Emma, alla sua casa, attraversò con il pensiero tutte le stanze vuote ad occhi chiusi. Entrò nella sua camera da letto, nel suo studio, si sedette alla sua scrivania. Gli sembrò di accarezzare con la mano la pelle blu della sua poltrona. Poi aprì gli occhi bruscamente e l’immagine svanì.

Pensò alla sua infanzia e a sua madre morta troppo presto. Chiuse gli occhi e frugò nei ricordi per cercare il suo volto, ma ormai quell’immagine tanto cara era sbiadita e spenta.

Pensò a suo padre con cui quasi non parlava da dieci anni e che l’aveva cresciuto nell’unico modo che sapeva: con distacco e rigidità. Gli aveva dato tanto: gli aveva permesso di studiare nelle migliori scuole affinché diventasse, come gli diceva sempre, un uomo forte, indipendente e sicuro di sé. Ma quante volte Ernesto avrebbe desiderato ricevere soltanto una pacca sulla spalla, un abbraccio e sentirsi dire semplicemente: “Ti voglio bene”. Il padre non glielo aveva mai detto. E questa mancanza aveva scavato una distanza tra loro talmente grande che ad un certo punto per Ernesto era diventato un estraneo. Poi c’era stata la rottura definitiva, quando Ernesto aveva lasciato il suo primo lavoro per dedicarsi a ciò che amava più di ogni altra cosa: il teatro.

Studiava recitazione fin da quando era bambino ed era riuscito ad entrare in una compagnia teatrale. Tuttavia il padre lo aveva obbligato ad abbandonare gli studi quando si era reso conto che quello del figlio non era un semplice capriccio di gioventù. Per un uomo pratico come lui il teatro era soltanto una frivolezza che non pagava certo i conti, non dava stabilità o una posizione dignitosa nella vita.

Ernesto non si sentiva di incolparlo più di tanto perché non aveva saputo dargli affetto e non aveva incoraggiato le sue passioni. Alla fine aveva fatto ciò che doveva fare, ciò che il padre desiderava per lui: aveva abbandonato la compagnia teatrale, era tornato al suo lavoro e aveva sposato Emma. Tutto secondo copione.

Aveva conosciuto sua moglie nel negozio di cui era proprietaria. Vendeva camicie e cravatte ed era una donna molto pratica e diretta, l’opposto di Ernesto, che era cresciuto leggendo e recitando i drammi di Shakespeare. Sette anni prima sposarla gli era sembrata la decisione giusta. Ma in quel momento, su quell’isola sperduta, lontano dalla sua vita, con la consapevolezza che forse era giunta la fine, sentì crescere la rabbia per non aver scelto con il cuore.

Sarebbe voluto tornare indietro e avere una seconda possibilità. Invece vedeva la sua vita grigia scorrere davanti agli occhi come uno di quei vecchi film in bianco e nero.

Si sorprese a dover ammettere con se stesso che nulla del suo vecchio mondo gli mancava. Non provava nostalgia di sua moglie e del suo lavoro. Si rese conto che quella vita se l’era cucita addosso come un vestito fatto su misura che era ormai stanco di indossare. Aveva lasciato che il tempo macinasse con i suoi inarrestabili ingranaggi i giorni della sua vita. Aveva seppellito i suoi sogni ancora pulsanti e brillanti di speranza. E in quel momento si chiedeva se avrebbe avuto una seconda occasione, se sarebbe riuscito a tornare a casa sano e salvo.

Intanto il desiderio di bere diventava sempre più forte. Ernesto si fece coraggio, raccolse tutte le sue forze e si alzò. Si guardò intorno e vide che ai piedi di alcune palme c’erano delle noci di cocco. Ne raccolse una e colpì violentemente il tronco di un albero. Il guscio si ruppe ed Ernesto poté finalmente bere: il liquido dolciastro gli scivolò in gola e gli regalò una sensazione momentanea di benessere.

Rimase sdraiato a lungo. Il corpo gli chiedeva di riposare e lui lo assecondava. Quando il sole calava o al mattino presto, si stendeva sulla riva e lasciava che le onde accarezzassero le sue ferite. Trascorse così alcuni giorni tra il sonno e la veglia, nutrendosi soltanto di noci di cocco.

Quando era sveglio, il pensiero tornava al giorno prima della partenza, quasi volesse convincersi che ciò che gli era successo fosse vero. Ricordava che Emma era inquieta perché avevano discusso. La moglie lo aveva rimproverato perché da anni ormai lavorava per la stessa azienda e non aveva ottenuto né un aumento né una promozione. Lo aveva accusato di non avere ambizioni, di non farsi valere, di accettare tutto passivamente, di partire troppo spesso per i viaggi di lavoro senza ricevere un giusto compenso. Lui l’aveva ascoltata con la stessa rassegnazione con la quale aveva sopportato in passato le prediche del padre sulla vita e sul mondo. Aveva evitato di rispondere, incassando le parole come un sacco da boxe e aveva continuato a preparare la valigia con gli occhi bassi.

Quando era salito sull’aereo aveva provato un senso di sollievo. Si era seduto sulla poltrona azzurra e aveva allacciato la cintura di sicurezza. Con la tempia appoggiata al finestrino e lo sguardo perso nel vuoto aveva atteso la partenza. L’urlo dei motori che si erano messi in moto lo avevano riscosso dai suoi pensieri. L’aereo era salito rapido verso il cielo e più si allontanava da casa, più Ernesto si sentiva liberato da un peso. Aveva chiuso gli occhi, aveva inspirato forte l’aria fredda che circolava all’interno dell’abitacolo.

Durante il viaggio Ernesto si era addormentato, ma ad un certo punto era stato svegliato da violente turbolenze. La voce del capitano aveva annunciato ai passeggeri di allacciare le cinture di sicurezza e di rimanere calmi e seduti. Poi l’aereo aveva cominciato a scendere in picchiata e a piroettare su stesso.

Gli ultimi ricordi lucidi che Ernesto possedeva erano le urla delle persone, la testa che gli girava e la sensazione di nausea. Poi c’era il vuoto assoluto. Ricordava solo di essersi svegliato sull’isola confuso e indolenzito.

Capitolo 2

Ernesto aveva riacquistato le forze e sapeva che era giunto il momento di esplorare. Ora che si sentiva molto meglio il paesaggio dell’isola sperduta appariva ai suoi occhi come un paradiso terrestre. Riusciva ad apprezzarne la bellezza. Le nuvole fluttuavano al di sopra delle verdeggianti palme. La sabbia danzava tra le braccia del vento al ritmo del mormorio sommesso delle onde.

Ernesto avrebbe voluto scavalcare con lo sguardo l’orizzonte per riuscire a spiare il mondo che aveva lasciato. Alzò gli occhi. Il sole faceva scintillare le chiome degli alberi rivestendole di un brillante verde smeraldo. In aria risuonava un concerto di versi ignoti all’orecchio umano. Probabilmente diverse specie di uccelli avevano trovato rifugio in cima agli alberi.

Ernesto si sedette un attimo a terra per riposare. La sabbia calda e morbida gli faceva solletico ai piedi, un tetto di foglie lo proteggeva dai roventi raggi del sole.

Si chiese se i soccorritori lo stessero cercando o se avessero inserito il suo nome nella lista dei dispersi, di quei corpi che forse si erano semplicemente disintegrati nell’impatto dell’aereo con l’acqua o che erano stati ingoiati dal mare e avevano raggiunto le profondità fondali. In quel caso nessuno lo avrebbe più cercato. Sarebbe invecchiato e morto su quell’isola. Si meravigliò del fatto che quell’idea non lo terrorizzava più e si domandò perché. Si sorprese a bastare a se stesso. Sentiva che quella natura amica o almeno inoffensiva gli dava un senso di pace e serenità. Era lì su quell’isola deserta, circondato da cielo e mare, una distesa di diverse tonalità di azzurro e null’altro, eppure quel panorama riempiva il suo animo di benessere. Ma sapeva che presto avrebbe provato di nuovo il desiderio forte di tornare a casa, di tornare a vivere la sua vita. Ma era davvero sua la vita che stava vivendo? Non seppe rispondersi. Forse aveva scelto la vita che suo padre desiderava per lui. Forse, nonostante il rancore che provava nei suoi confronti, aveva sempre cercato di ottenere la sua approvazione ed aveva creduto che, accontentandolo, avrebbe potuto guadagnarsi il suo affetto.

Ernesto si chiese se il padre ed Emma stessero piangendo la sua scomparsa e soprattutto si domandò se suo padre fosse capace di piangere. Non l’aveva visto farlo nemmeno dopo la morte di sua moglie e così Ernesto aveva dovuto ingoiare tutto solo il dolore per la scomparsa della madre, lasciandolo lì ad ingombrare il suo cuore per un tempo infinito.

Cercò di scacciare quei pensieri e si alzò in piedi. Decise di esplorare l’isola costeggiando il mare perché temeva che, inoltrandosi, avrebbe incontrato dei pericoli. Camminò a lungo sotto il sole ardente. Iniziava a sentirsi stanco, ma questo di certo non lo avrebbe fermato.

Alzò lo sguardo e vide qualcosa che gli riempì il cuore di gioia: arenata sulla spiaggia c’era una barca. Si stropicciò gli occhi credendo che si trattasse di un miraggio. Ernesto sentì rinascere dentro di sé la speranza e si augurò che all’interno dell’imbarcazione ci fosse qualcuno che avrebbe potuto riportarlo a casa sano e salvo. Trovò addirittura l’energia per accelerare il passo. Raggiunse la barca e salì a bordo senza esitazione gridando: “C’è nessuno?”.

Si guardò intorno, ma tutto era silenzio e vuoto. Scese sottocoperta. Il legno che rivestiva l’interno della barca era pregiato. Ernesto lo sapeva perché suo padre aveva avuto una barca simile a quella.

Quando lui era piccolo uscivano spesso in mare. Erano i ricordi più nitidi che conservava e anche i più belli. Suo padre lo faceva sedere accanto a lui mentre pilotava e gli spiegava come funzionavano i vari strumenti. Insieme a sua madre, invece, si sdraiava sul prendisole e si divertivano a guardare la barca che frullava il mare lasciando una scia di schiuma vaporosa. Poi, quando sua madre era morta, il padre aveva fatto affondare la barca. Avrebbe potuto venderla o perfino donarla a qualcuno. Ernesto lo aveva odiato per questo. Aveva voluto distruggerla come se avesse desiderato seppellire tutto ciò che avevano condiviso.

Entrò nella cabina letto e sul suo viso si disegnò una smorfia di sconforto nel vedere che all’interno non c’era nessuno. Forse il proprietario era fuori e sarebbe tornato prima che si fosse fatto buio o forse era semplicemente un naufrago come lui che aveva esplorato l’isola ed era morto di fame e sete o divorato da qualche animale esotico. Anche lui avrebbe fatto la stessa fine.

Ernesto era esausto e si distese sul letto. Voleva riposare un po’, giusto il tempo di riprendere le forze e continuare l’esplorazione. Non voleva perdersi d’animo, doveva continuare a sperare. Qualcuno lo avrebbe trovato, qualcuno lo stava ancora cercando. Appena si appoggiò sul soffice materasso, un senso di sollievo lo avvolse. Si addormentò e trascorsero alcune ore.

Si svegliò alle prime luci dell’alba. Si alzò lentamente dal letto, si stiracchiò ed uscì dalla barca. Da quando era arrivato sull’isola quella era stata la prima notte in cui era riuscito a dormire.

Si fermò sulla riva per osservare le onde fioche che ogni tanto scappavano dalle braccia di un mare calmo. Un filo di vento muoveva i ricci capelli di Ernesto. Rimase incantato dalla musica prodotta dall’acqua.

L’alba dormiva anch’essa ai piedi del mare. Un sole pigro e insonnolito sembrava non volersi sollevare dall’orizzonte. Ernesto decise di fermarsi in quella parte dell’isola e di vivere nella barca, sperando che il proprietario fosse ancora vivo e tornasse. Lì dentro si sentiva bene, si sentiva a casa.

Cominciarono a riaffiorare nella sua mente ricordi che credeva persi. Forse ritornavano perché su quell’isola non doveva più rincorrere il tempo a causa degli impegni, ma poteva semplicemente viverlo.

Gli tornò in mente il giorno in cui sua madre lo aveva accompagnato alla prima lezione di recitazione. Aveva soltanto sei anni e sbirciava nascosto dietro di lei il maestro di recitazione.

Si ricordò del primo spettacolo in cui aveva recitato. Interpretava la parte del Piccolo Principe. Era bello recitare: poter essere allo stesso tempo se stessi e qualcun altro. I suoi genitori erano lì per applaudirlo.

Nei suoi ricordi di bambino il padre era un uomo forte e serio, però con la moglie cambiava completamente. Lei riusciva sempre a farlo sorridere. Ernesto era felice con entrambi i genitori accanto. Si sentiva al sicuro e così doveva essere. I genitori erano paralleli e meridiani che insieme tracciavano latitudini e longitudini necessarie al figlio per orientarsi nella complicata mappa della vita. Sua madre, in particolare, era la bussola, anzi l’ago che puntava a nord; perciò, quando era morta, Ernesto aveva smarrito la rotta. Era allora che recitare era diventato sempre più importante per lui.

Quando si trovava sul palcoscenico poteva essere se stesso ed esprimersi liberamente. A casa con il padre doveva invece recitare la parte del figlio modello. Era l’unico modo che aveva per sperare di farsi perdonare per essere sopravvissuto a sua madre.

La sera dell’incidente la ricordava chiaramente. Era il giorno del suo ottavo compleanno. La madre gli aveva promesso che sarebbe tornata dal lavoro con una sorpresa, invece era entrata in casa a mani vuote. Era stata una giornata di lavoro faticosa e nella fretta aveva dimenticato il regalo in ufficio. Ernesto aveva cominciato a piagnucolare e la madre, per accontentarlo, era tornata a prendere il pacco. Pioveva fortissimo e l’auto di sua madre aveva sbandato finendo contro un albero. Se n’era andata così, portandosi via tutto il senso del mondo del figlio. Era stato il padre a comunicarglielo. Gli aveva detto che doveva essere forte e comportarsi da uomo ed Ernesto lo aveva fatto. In una notte aveva smesso di essere il bambino amato e coccolato ed era diventato l’uomo che suo padre desiderava. Da quel giorno non l’aveva sentito parlare di lei in sua presenza. Era come se volesse dimenticarla o fingere che non fosse mai esistita.

La vita era andata avanti, diversa e incolore. Ernesto aveva una tata che si occupava di lui, ma non era felice, perché la presenza di quell’estranea gli ricordava in ogni momento che sua madre non c’era più e non sarebbe tornata, mai più.

Mentre Ernesto era immerso in quei pensieri, si fece di nuovo buio. Nessuno era venuto a reclamare la proprietà della barca. Nessun superstite sarebbe probabilmente arrivato. Ernesto iniziò a convincersi del fatto che, se voleva sopravvivere, doveva esplorare l’interno dell’isola.

Non era mai stato un boy-scout, perciò non poteva certo fantasticare di improvvisarsi giovane marmotta e di poter estrarre acqua dolce dai cactus o accendere il fuoco strofinando legnetti o battendo pietre una sull’altra. Queste erano scene da film. La dura realtà era un’altra: doveva riuscire a procurarsi acqua e cibo sull’isola se voleva sopravvivere.

Capitolo 3

La mattina presto Ernesto si mise in cammino per esplorare l’interno dell’isola. Ormai iniziava a convincersi che sarebbe rimasto lì per sempre, che nessuno lo stesse più cercando credendolo morto. Voleva essere sicuro che quel luogo fosse disabitato.

Si fece coraggio, s’inoltrò nell’isola pieno di timore ma anche di curiosità. Aveva paura d’incontrare qualche animale selvatico che avrebbe fatto di lui un pasto completo o che qualche serpente potesse morderlo, iniettandogli un veleno letale. Questi erano alcuni dei tanti terribili pensieri che frullavano nella testa di Ernesto. Sapeva che in quei momenti di sconforto ciò che avrebbe dovuto fare era tener duro e sperare di sopravvivere, ma non riusciva minimamente a pensare al meglio. Ci provava, anzi si sforzava, ma in quel momento solo cattivi pensieri e brutti presentimenti lo avvolgevano.

Man mano che camminava la vegetazione si faceva più fitta. Foglie lunghe gli accarezzavano il viso, altre sembravano afferrarlo come mani umane facendolo a volte sussultare di paura. Gli alberi, che lì erano meno esposti alla luce del sole, avevano perso il verde smeraldo di quelli vicino al mare e sembravano aver tinto le loro chiome di un verde più cupo e minaccioso.

Il sentiero non era dei migliori: si alternavano tratti di sabbia a tratti di rocce.

Le liane pendevano dagli alberi come spaghetti e si aggrovigliavano tra i capelli di Ernesto spettinandolo ogni volta in maniera differente.

Ad un tratto udì un suono che alle sue orecchie sembrò una musica celestiale: era il rumore dello scorrere dell’acqua. Infatti, nascosto tra la vegetazione, c’era un piccolo ruscello. Ernesto corse a bere l’ acqua fresca senza chiedersi nemmeno se fosse buona.

Si inginocchiò sulla riva, immerse le mani e si portò l’acqua fresca alla bocca, si bagnò il viso, le braccia e i capelli biondi e ribelli. Dopo giorni in cui aveva bevuto solo latte di cocco e acqua piovana, quel ruscello gli sembrò un dono del cielo.

Continuò a camminare e ad un tratto vide una capanna, un piccolo rifugio proprio come quelli dei film ambientati su isole deserte, luoghi sconosciuti e isolati dal resto del mondo. Era fatta di sottili tronchi legati insieme da liane verdognole e secche. Il tetto era coperto da grandi foglie fresche.

Vicino alla capanna c’era un uomo di spalle.

Ernesto trasalì. Era suo padre quello che vedeva in piedi a pochi metri da lui. Non era possibile! Sicuramente doveva essere frutto della sua immaginazione, eppure sembrava proprio lui: la corporatura atletica, i capelli argentei, le spalle imponenti e diritte che gli davano un’aria di sicurezza e di forza.

L’ uomo si voltò e il mistero fu svelato. Non era suo padre, anche se gli assomigliava molto perfino nei tratti del viso che però erano più marcati. Doveva avere poco più di sessant’anni.

Ernesto si fece coraggio, si avvicinò e disse: “Ehi, tu!”.

L’uomo si voltò con un’espressione d’incredulità dipinta sul viso. Rimase immobile a fissarlo.

Ernesto si avvicinò e gli chiese se era anche lui un superstite del disastro aereo. Egli scosse la testa e disse di non sapere nulla dell’incidente aereo e di essere arrivato lì con la sua barca dopo un’avaria al motore e di aver raggiunto l’isola solo per un colpo di fortuna. Dunque era lui il proprietario della barca dove si era rifugiato.

Ernesto gli chiese da quanto tempo fosse lì.

L’uomo abbassò lo sguardo, fece un sospiro e raccontò di trovarsi sull’isola da quasi cinque mesi.

Ernesto ebbe un sussulto. Le sue speranze di tornare a casa si frantumarono in mille pezzi udendo quelle parole. Se in tutto quel tempo nessuno era riuscito a trovare un disperso che era a bordo di una barca, lui non aveva alcuna possibilità di essere trovato, anche perché probabilmente tutti lo credevano morto.

Enrico, così si chiamava, lo invitò a sedersi al riparo dai raggi del sole, poi gli domandò i particolari dell’incidente aereo.

Venne la sera ed Enrico accese il fuoco e arrostì il pesce che aveva pescato quel giorno. Fu il primo vero pasto che Ernesto consumò dal giorno del disastro aereo e lo divorò in pochi minuti. Enrico disse che bisognava costruire un riparo anche per lui. Non poteva vivere nella barca, perché era troppo lontana dal ruscello. Fortunatamente era un appassionato di escursionismo, di pesca anche subacquea e aveva saputo cosa fare e come adattarsi a vivere in quell’ambiente, utilizzando anche gli attrezzi che aveva sulla barca.

Così il mattino seguente si misero subito al lavoro. Cercarono tronchi sottili e leggeri, corteccia e fogliame. Enrico spiegava ad Ernesto ciò che doveva fare e lui seguiva le istruzioni con quella mitezza che lo caratterizzava. Mentre lavorava, guardava Enrico di nascosto. Quanto assomigliava a suo padre!

Si disse che probabilmente non avrebbe più rivisto suo padre e quell’idea inaspettatamente lo riempì di tristezza. A causa della vita frenetica raramente pensava a lui e al fatto che non si parlavano quasi più, però diceva a se stesso che con il tempo le cose sarebbero cambiate e in quel momento, su quell’isola, Ernesto sembrava vedere tutto più chiaramente. Aveva capito che il tempo era un dono prezioso e che nessuno ne aveva a disposizione una quantità infinita.

Intanto Enrico stava preparando la corteccia per legare i tronchi e sentì un fracasso. Si voltò e vide che la capanna era crollata addosso ad Ernesto. Corse e rovistò tra foglie, rametti e tronchi, finché non vide spuntare il volto del giovane sconcertato e imbarazzato. Lo aiutò ad alzarsi. Ci fu un attimo di esitazione; poi, dopo essersi assicurato che non avesse nulla di rotto, Enrico scoppiò a ridere. Subito dopo Ernesto fece altrettanto e gli sembrò quasi strano sentire il suono della sua risata. Negli ultimi giorni non aveva avuto molte cose di cui ridere e si rese conto che non rideva spesso.

Nonostante l’incidente, prima del tramonto il rifugio era costruito ed Ernesto si mise a contemplarlo con soddisfazione. Era la prima volta che realizzava qualcosa con le sue mani ed era una bella sensazione.

La sera Enrico accese di nuovo il fuoco e ad Ernesto ogni volta sembrava quasi una magia. Lo faceva proprio come si vedeva nei film. Cercò corteccia e muschio secco per fare quella che chiamò “un’esca”. Poi fece ruotare un bastoncino di legno in una cavità che aveva scavato in un pezzo di tronco e ad un certo punto un odore di bruciato si diffuse nell’aria e l’esca prese fuoco. Pian piano la fiamma crebbe e si sollevò verso il cielo.

Il mattino seguente Enrico disse ad Ernesto che gli avrebbe insegnato a pescare. Si immersero in acqua fino alla vita e attesero che i pesci si avvicinassero. Quando i pesci nuotavano intorno ai loro piedi, dovevano essere veloci e colpirli. Enrico usava l’arpione che aveva preso nella barca, Ernesto aveva un bastone appuntito perché era meno pericoloso per un pescatore inesperto come lui. Ma, quando il pesce si avvicinò, Ernesto si fece prendere dalla fretta e colpì l’acqua a vuoto. Il pesce guizzò via veloce facendolo sbilanciare e cadere in acqua a faccia in giù.

Quando riemerse e riuscì ad aprire gli occhi che gli bruciavano a causa dell’acqua salata, vide Enrico che lo fissava serio.

Niente risate questa volta. Gli disse semplicemente che non doveva arrendersi e che doveva riprovare ancora. Ernesto fissava l’arpione che Enrico aveva in mano. Avrebbe voluto anche lui una simile arma. Allora sì che sarebbe riuscito a pescare. L’uomo sembrò leggere i suoi pensieri, perché attirò la sua attenzione con un fischio e gli fece cenno di fare cambio.

Ma anche stringendo l’arpione tra le mani, Ernesto non riuscì a pescare nulla. Si disse che non avrebbe acchiappato un pesce neppure se questo avesse deciso di suicidarsi infilzandosi sul suo arpione.

Il primo tentativo nell’arte della pesca si concluse così ed Ernesto a cena mangiò il pesce che aveva pescato Enrico, il quale lo consolò dicendo che la volta successiva sarebbe andata meglio ed Ernesto volle credergli. Infatti il pomeriggio seguente, dopo altri vani tentativi, Ernesto catturò i suoi primi due pesci ed Enrico si complimentò con lui per la tenacia e la pazienza che aveva dimostrato.

La sera, mentre fissava quasi rapito i suoi pesci che cuocevano sul fuoco, Ernesto pensò che era felice di non essere più solo sull’isola, soprattutto se avesse dovuto continuare a vivere e morire lì. Si domandò che cosa avrebbe fatto se avesse avuto l’opportunità di tornare. Avrebbe ricominciato a vivere come prima? Sarebbe tornato a casa da sua moglie come se nulla fosse accaduto? Sarebbe tornato al suo lavoro che, non poteva più negarlo, odiava profondamente?

Aveva perlustrato quasi tutta l’isola e non c’era nessuno, tranne Enrico; perciò lui era probabilmente l’unico sopravvissuto al disastro aereo. Ma perché proprio lui? Il destino lo aveva graziato o gli aveva giocato un brutto tiro lasciando che si salvasse? Non aveva la risposta a tutte queste domande e si sentiva confuso. Voleva tornare, tornare indietro nello spazio ma anche nel tempo. Voleva ricominciare, cambiare e rimpiangere ciò che aveva lasciato. Avrebbe voluto chiamare suo padre e dirgli che era vivo. Forse anche lui aveva la sua parte di colpa verso il padre. Dopotutto lo aveva allontanato.

Mentre era assorto in questi pensieri, Ernesto non si era accorto che il fuoco si era spento. Enrico volle che fosse lui a riaccenderlo. Prese il legnetto in mano come se fosse una bacchetta magica, ma temeva che non ci sarebbe riuscito. Invece fece ruotare il bastoncino e ad un certo punto vide il fumo sollevarsi e la fiamma prendere vita.

I palmi delle mani gli bruciavano, ma era soddisfatto di sé come se avesse compiuto chissà quale grande impresa.

Capitolo 4

Aveva acceso il fuoco. E, sera dopo sera, intorno a quel fuoco i due cominciarono a raccontarsi. All’inizio non fu semplice perché Ernesto era abituato ad abitare nei suoi silenzi ed Enrico sapeva solo dare ordini e vederli eseguiti senza replica.

Enrico raccontò di essere il titolare di una grande azienda a cui aveva dedicato quasi quarant’anni della sua vita concentrandosi soltanto sul lavoro.

Aveva alla spalle due matrimoni dal primo dei quali erano nati tre figli ormai adulti che conosceva appena, perché aveva dato loro solo le briciole del suo tempo e che probabilmente lo detestavano. Disse di non avere nemmeno provato a fare il padre perché era troppo preso dal desiderio di ricchezza e di potere. Il suo primo matrimonio era naufragato per questo. Quando aveva conosciuto sua moglie, era appena stato assunto. Era molto ambizioso e lei lo aveva sostenuto nel lavoro mentre otteneva incarichi sempre più importanti. L’aveva osservato silenziosa e paziente mentre si trasformava in una persona completamente diversa dall’uomo che aveva sposato. Aveva cresciuto i loro figli praticamente da sola. Poi un giorno aveva fatto le valigie e se n’era andata con i figli. Ma la sete di potere e di ricchezza non lo aveva abbandonato, perciò aveva commesso gli stessi errori anche con la seconda moglie.

Ernesto invece gli parlò della sua infanzia. Raccontò di sua madre che illustrava libri per bambini. Era una donna piena di fantasia, solare e sempre felice. Ogni sera, prima di dormire, gli si sedeva accanto e gli mostrava i disegni che aveva realizzato durante il giorno. Si divertivano ad inventare storie bellissime osservando quei disegni. Il padre entrava in camera per dargli la buonanotte e la moglie lo faceva sedere ai piedi del letto per ascoltare le loro storie fantasiose. Gli diceva che era tempo prezioso e che dovevano custodire quei momenti per sempre.

Dopo che lei era morta, non era più andato a dargli la buonanotte. Con lui c’era la tata. Non l’aveva più visto sorridere. A quei tempi considerava suo padre un modello da imitare. Era forte, determinato, sicuro di sé. Sembrava sempre impegnato in qualcosa di importante. Sua madre invece era una sognatrice. Diceva sempre che era possibile vivere con la testa tra le nuvole a patto di rimanere con i piedi ben piantati a terra. E lei ci riusciva perfettamente. Lei era un miscuglio perfetto di fantasia e razionalità .

Così Enrico ed Ernesto trascorrevano i loro giorni sull’isola e la vita riprese la sua normalità, una normalità diversa, fatta di cose essenziali.

Ernesto si alzava alle prime luci dell’alba e correva lungo la spiaggia finché non si sentiva esausto. Allora si tuffava in acqua e nuotava. Immerso fino al collo si sentiva leggero, si sentiva sereno. Iniziava a rassegnarsi all’idea che avrebbe vissuto sull’isola per sempre. Se pensava alla vita che aveva lasciato, ora lo sentiva chiaramente il rimorso per aver scelto ciò che credeva fosse giusto invece di ciò che desiderava. Ma non poteva incolpare nessuno per come aveva scelto di vivere. Ora che si trovava sull’isola, Ernesto aveva tanto tempo per pensare e da lontano sembrava vedere tutto in modo più chiaro.

Durante il giorno lui ed Enrico dovevano procurarsi il cibo e la sera, dopo aver cenato, si sedevano vicino al fuoco e si godevano lo spettacolo del mare e del cielo notturno.

Una sera, Ernesto raccontò della sua passione per il teatro e recitò per Enrico e per un pubblico di milioni di stelle: “Ora ogni mio incantesimo è infranto e la forza che in me resta è solo mia, debole forza. E ora, è vero, dovrò restare confinato in questo luogo. Non vogliate, poiché ho riavuto il mio ducato e perdonato il traditore, che io resti a dimorare, in grazia della vostra magia, su questa nuda isola ma liberatemi dalle catene con l’aiuto delle vostre buone mani. Ora non ho spiriti al mio comando, né arte magica e la mia fine sarà disperata se non sarò soccorso da una preghiera così penetrante da giungere alla pietà stessa e liberare da ogni colpa. Come voi stessi sperate nel perdono dei vostri peccati, così mi doni libertà la vostra indulgenza”.

Dopo che Ernesto ebbe terminato di interpretare il suo personaggio, ci fu un lungo silenzio.

Enrico disse che doveva assolutamente tornare a recitare perché era evidente che era nato per essere attore. Gli parlò a lungo di come fosse importante amare il proprio lavoro e svolgerlo con passione.

Ernesto pensò al giorno in cui aveva lasciato la compagnia teatrale e gli sembrò di rivivere per un istante la sensazione di amarezza che aveva provato. Era convinto che accontentare il padre l’avrebbe reso felice, ma non era stato così.

Scosse la testa per scacciare il passato come se fosse stato un insetto fastidioso.

Fece un sospiro, incrociò le mani dietro la nuca e si distese sulla sabbia. Su quell’isola, nell’oscurità della notte rotta solo dalla luce del fuoco, la volta celeste si mostrava in tutto il suo splendore.

Le stelle pulsavano di luce, erano lucciole sospese e immobili in aria e tutte avevano lo stesso compito: rischiarare l’oscurità che le avvolgeva. Erano talmente tante e sembravano così vicine che Ernesto aveva la sensazione di poterle afferrare semplicemente allungando il braccio.

In quell’oscurità senza limiti, spoglia di tutte le possibili fonti di energia luminosa, le stelle risaltavano in maniera maggiore. E proprio sotto quel cielo affollato da milioni di stelle, Ernesto riuscì a dire ad alta voce ciò che non aveva mai avuto il coraggio di confessare neppure a se stesso: era sua la colpa se la madre era morta e probabilmente il padre lo aveva odiato perché lo riteneva responsabile. Insieme a quelle parole vomitò anni di sensi di colpa e dolore. Fu come togliersi un macigno dal cuore. Gli sembrò perfino troppo facile dirlo ad alta voce. Forse perché Enrico assomigliava così tanto a suo padre e in quel momento Ernesto avrebbe tanto voluto che suo padre fosse lì per potergli parlare, per dirgli che si era sforzato di essere un figlio di cui andare fiero anche se non sempre c’era riuscito.

Per un po’ Enrico restò in silenzio, poi disse che nessuno poteva prendersi colpe o meriti per ciò che al mondo doveva semplicemente accadere. Disse che la colpa che sentiva di avere ormai l’aveva espiata. Doveva andare avanti. Disse anche che secondo lui, cercando di fargli dimenticare la madre, il padre aveva voluto proteggerlo.

Ernesto non rispose nulla. Non sapeva cosa dire né cosa pensare. Però si sentiva più leggero, sollevato, compreso.

Così passavano i giorni. Trascorrendo del tempo con Ernesto, Enrico scoprì la meraviglia di essere padre ed Ernesto capì che, nonostante avesse ormai 35 anni, desiderava ancora essere figlio.

Una sera, mentre Ernesto era assorto nei suoi pensieri con lo sguardo fisso e rapito dai toni del rosso e del giallo delle fiamme, Enrico iniziò a parlare. Confessò che, quando era giunto sull’isola con il motore in avaria, il radar funzionava ancora. Aveva preso in mano il ricevitore per avvisare del suo incidente e si era reso conto che non aveva nessuno da avvertire. Nessuno lo aspettava, nessuno lo avrebbe pianto. Si era reso conto di essere completamente solo al mondo per causa sua, perché aveva allontanato tutti i suoi cari.

Allora aveva deciso di spegnere il radar e di restare su quell’isola. Voleva provare a capire perché era tanto cambiato e dove era finito il giovane che era stato un tempo. Era tardi per riparare gli errori fatti, ma voleva stare lontano e cercare di capire.

Ernesto lo ascoltò senza distogliere gli occhi dalle fiamme. Non provava meraviglia o rabbia perché Enrico non gli aveva detto che il radar funzionava e che quindi sarebbero potuti tornare a casa. Possedeva quell’indole meravigliosa di chi raramente perde le staffe. Il suo non era autocontrollo, ma l’atteggiamento di chi ha un animo mite.

Inoltre nessuno meglio di lui poteva capire lo stato d’ animo di Enrico, perché anche lui sapeva bene quanto fosse difficile fare i conti con il passato.

La permanenza sull’isola aveva offerto ad entrambi una seconda possibilità.

Enrico disse che bisognava ricominciare dalla fine e tornare all’inizio come quando avevano costruito il riparo. Era crollato, ma i materiali per ricominciare c’erano tutti. Bisognava avere il coraggio e la pazienza di ricostruire e di ricostruirsi.

Enrico fissò Ernesto e disse: “Andiamo ad allertare i soccorsi”.

Ernesto annuì e si incamminarono insieme verso la barca.

Capitolo 5 – Epilogo

L’elicottero dei soccorsi si sollevò da terra. Uno sciame di sabbia piroettò nell’aria e nascose per un po’ il panorama.

Quando fu abbastanza in alto, Ernesto si avvicinò al vetro e guardò giù. Gli sembrò di vedere il suo corpo disteso sulla riva come il primo giorno quando si era svegliato sull’isola .

Si strofinò gli occhi e guardò di nuovo. L’immagine era sparita. Sorrise. Pensò al Piccolo Principe che, per riuscire a tornare a casa, aveva sopportato il morso ed il veleno del serpente ed era stato costretto a lasciare il corpo sulla Terra. Sorrise di nuovo. Si sentiva più leggero. Non vedeva l’ora di abbracciare suo padre. Guardò di nuovo la spiaggia. Pensò che forse era proprio il suo corpo quello che aveva visto. Un uomo nuovo stava tornando a casa.

Su quell’isola Ernesto aveva lasciato la sua vecchia pelle.