di Letizia Mecozzi e Veronica Triarico

Giulia Ciarapica, laureata in Filologia moderna, collabora con il Messaggero e il Foglio.

Ha pubblicato il saggio “Bookblogger. Scrivere libri in rete: come, dove, perché” con Franco Cesati editore. 

Segue un progetto dal titolo “Surfing on books”, organizza corsi di bookblogger e promuove la lettura nelle scuole secondarie di primo e secondo grado di numerose città italiane.

Marchigiana doc, divoratrice di libri, ha pubblicato con Rizzoli il suo primo romanzo “Una volta è abbastanza”,  interamente ambientato nel suo paese natale, Casette d’ Ete.

L’abbiamo intervistata.

Da bookblogger a scrittrice: cosa ha provato trovandosi dall’altra parte della barricata?

È stato bello ma strano, perchè sono abituata a commentare i libri degli altri e, quando ho scritto il mio libro, subito ho pensato a come sarebbe stato venire giudicata dagli altri invece di essere io ad esprimere giudizi. Però è stata un’esperienza anche molto bella: prima di tutto perché ti dà un’adrenalina e un’emozione completamente diverse da quelle che hai di solito per il fatto di vedere il tuo libro pubblicato e presente in tutte le librerie; poi perchè mi sono confrontata con altri bookblogger che si sono ritrovati una collega diventata scrittrice. È stato divertente vedere le loro reazioni, il timore che avevano di esprimere un giudizio. Perciò è stato bello, ma un po’ di timore lo avevo anch’io.

L’ esperienza di scrittrice ha cambiato il suo modo di avvicinarsi, da blogger, ai romanzi degli altri autori?

All’inizio forse un po’ sì, però poi sono tornata al mio solito approccio, anche perché faccio questo lavoro da tanto tempo. Semmai sono diventata più analitica nei confronti della mia scrittura, influenzata anche dai pareri e consigli dei miei colleghi scrittori.

Qual è, secondo lei, la differenza tra uno scrittore ed una scrittrice?

In Italia le donne sono penalizzate sul lavoro e capita anche alle scrittrici di dover faticare per fare in modo che le proprie opere siano considerate altrettanto valide di quelle degli scrittori uomini. Negli ultimi anni tante donne hanno partecipato al Premio Strega; perciò c’è tanta voglia di mettersi in gioco e di far riconoscere il proprio talento.

Parliamo del suo romanzo… Perché il titolo “Una volta è abbastanza”?

Il titolo è ripreso da una citazione di Mae West (“Si vive una volta sola. Ma se lo fai bene, una volta è abbastanza.”) presente nel prologo del romanzo. Significa questo: i personaggi del libro vivono molto intensamente. Chiaramente nessuno vorrebbe vivere una volta sola però, se vivi intensamente la tua vita, una volta potrebbe essere abbastanza. Il titolo sottolinea la passione con la quale i personaggi hanno vissuto la loro vita.

Quando ha scritto il libro, aveva già tutta la storia in mente o si è sviluppata strada facendo ?

Avevo già un’idea precisa della storia, anche perché è quasi totalmente vera e riguarda la mia famiglia dalla parte di mia madre; tuttavia, mentre scrivevo, mi sono arrivate tante suggestioni ed idee. Ovviamente avevo preventivamente realizzato un piano generale perché, essendo una saga familiare che si svilupperà in tre libri, la trama è complessa ed i personaggi sono tanti.

Perché ha scelto di basare la sua storia sui nonni materni?

Sicuramente perché ho vissuto con loro a stretto contatto respirando anche l’ambiente calzaturiero. Volevo raccontare la loro storia di imprenditori che hanno iniziato dal nulla e hanno sviluppato un percorso. L’editore Rizzoli, che ha pubblicato il libro, sapendo che avevo questo progetto, mi ha incoraggiato. Volevo anche raccontare dei calzolai e delle Marche, regione di cui si parla poco nei libri. E nessun libro aveva mai parlato dell’impresa calzaturiera marchigiana. 

Qual è il personaggio del libro che le piace o le assomiglia di più?

Sicuramente Annetta, perché mi assomiglia nell’indole e nel carattere: è forte, volitiva, indipendente ed ha fatto sempre tutto da sola.

C’è un messaggio che voleva trasmettere al pubblico attraverso il romanzo? 

Innanzitutto volevo far scoprire le Marche e l’impresa calzaturiera della nostra regione. Poi intendevo mostrare le Marche del dopoguerra, in cui c’era la tenacia di andare avanti. Ho iniziato a raccontare dal 1945, subito dopo la Seconda guerra mondiale. Era un momento di grande tristezza, ma anche di voglia di farcela, di pensare al futuro. Infatti tutti i personaggi hanno un obiettivo comune: svegliarsi al mattino con la tenacia e la resistenza necessarie per andare avanti e per raggiungere i loro obiettivi. Volevo mostrare quella resistenza e quella tenacia indispensabili per farcela e che oggi forse un po’ si sono perse, perché abbiamo a disposizione tanti mezzi, non dobbiamo ingegnarci. Loro avevano questa voglia forte di futuro pur non avendo niente. Volevo restituire al lettore un po’ di quella tenacia.

Lei legge moltissimi libri. C’ è un romanzo al quale è legata in modo particolare? Se sì, per quale motivo?

“L’isola di Arturo” di Elsa Morante. È una specie di fiaba ma molto realistica. È un romanzo di formazione che amo perchè ci sono tanti temi a me cari: il primo amore, la maternità, gli animali. È un romanzo completo.

Può indicare tre libri che i ragazzi della nostra età devono assolutamente leggere?

“Il treno dei bambini” di Viola Ardone, “L’isola di Arturo” di Elsa Morante , “Il Piccolo Principe” di Saint-Exupèry. 

Il sito di Giulia Ciarapica.

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